Don Marco Pozza, giovane sacerdote di Padova ai più conosciuto come "don Spritz", domenica 26 aprile ha partecipato alla sua prima maratona. Ecco il diario della sua gara, scritto appositamente per il nostro sito
Sorgeva l'alba e s'apriva un sogno: l'emozione d'attaccare per la prima volta quel numero 79 sul completino e attendere lo sparo dello starter. Accanto a me i mostri sacri del continente nero, figli di un altopiano che partorisce tempi da far tremare le vene e tributarne l'onore. Dopo tre km li ho lasciati andare: erano altre le mie tabelle di marcia per scendere sotto le tre ore e mezza. Uno di loro, vedendomi sfilare, m'ha “benedetto”: “Go priest, go!”. E con quell'augurio ho iniziato a divorare i km che mi separavano da quel Prato mai così sognato. Metro dopo metro, paese dopo paese sentivo i muscoli reagire, le gambe troppo veloci, la paura d'esagerare sulla breccia. Che fare? Aumento, abbasso, scalo il passo? Qualche km di panico, perchè i tempi stampati sul braccio erano troppo anticipati: fallire significava tornare a casa vestito di tristezza. Nonostante la bellezza d'averci provato. Castelfranco, Resana, Loreggia, Camposampiero. Dopo la mezza maratona e le prime gocce di pioggia, un vecchio signore m'ha sciolto il dilemma. Ignaro di cosa stava accendendo dentro me, m'ha rincorso gridando: “Credici!”. Un volto anonimo, una voce inaspettata, un suono dolcissimo. Che ha acceso la mia pazzia e m'ha fatto giocare il tutto per tutto. Assaporando in anteprima nella mente le strigliate di chi, al Centro Sportivo, m'avrebbe rinfacciato l'esuberanza, l'inesperienza, la spavalderia. Mi son strizzato una spugna sui muscoli e ho iniziato ad accelerare. Ormai i dadi erano tratti e a Cesare rimaneva la disfatta o la gloria. Campodarsego, Mezzavia, Cadoneghe, la “Castagnara”, via Tiziano Aspetti: quante sensazioni, volti, sguardi.
E all'ingresso di Ponte Molino, il brivido d'avvertire l'urlo festante di quella folla che spingeva col cuore. Piazza dei Signori, piazza della frutta, il Pedrocchi, il Municipio, via Umberto I: un boato degno di una Padova festante. Mi son ricordato l'emozione della partenza, la “benedizione” di quel keniota veloce, le sensazioni del tragitto solitario. Ho archiviato tutto nella memoria, mi son dato una pulita all'occhio e, sotto il traguardo, mi son voltato. C'era scritto 3h02'56”: non volevo crederci. E m'è venuto in mente quel piccolo uomo di Dio che, presosi cura di me, una sera mi disse: “Libera la testa, farai cose straordinarie”. Piedi, testa e cuore: anche l'ultimo arrivato avrà festeggiato.
Perchè ognuno domenica sera aveva una storia da raccontare!